Verbum Caro

Per una Parola che resti
domenica, 14 settembre 2008

Sei davvero Tu? (da "Introduzione al cristianesimo" di J. Ratzinger)

Non si è ancora accennato al più profondo tratto essenziale della fede cristiana: il suo carattere personale. La fede cristiana, infatti, è qualcosa di più di un'opzione per un fondamento spirituale del mondo, la sua formula centrale non dice "Io credo qualcosa", bensì "Io credo in te". Essa è l'incontro con l'uomo-Gesù, e in tale incontro percepisce il senso del mondo come persona.

Nella vita di Gesù, vita che egli ha dal Padre nell'immediatezza e nell'intensità del suo rapporto con Lui nella preghiera, anzi, nella visione, egli è il testimone di Dio, è colui tramite il quale l'Intangibile si è fatto tangibile, colui che era lontano si è fatto vicino. Ma c'è dell'altro: egli (...) è la presenza dell'Eterno stesso in questo mondo. Nella sua vita, nel suo essere per gli uomini senza alcuna riserva, si rende presente il senso del mondo, che si mostra a noi come amore: amore che ama anche me e, grazie all'ineffabile dono di un amore immune da ogni caducità, da ogni offuscamento egoistico, rende la vita degna di essere vissuta. Il senso del mondo è il "tu", ma ovviamente solo il "tu" che non è lui stesso un problema aperto, ma costituisce il fondamento del tutto, che non ha bisogno di alcun altro fondamento.

La fede, pertanto, è trovare un "tu" che mi sostiene e che, nell'incompiutezza e nella profonda inappagabilità di ogni incontro umano, mi accorda la promessa di un amore indistruttibile, che non solo aspira all'eternità, ma ce la dona. La fede cristiana vive del fatto che non solo esiste obiettivamente un senso, ma che questo Senso mi conosce e mi ama, sicché io posso affidarmi a lui con l'atteggiamento del bambino, il quale sa che tutte le sue domande trovano sicurezza nel "tu" della madre. Conseguentemente, fede, fiducia e amore formano in ultima analisi un tutto unico e tutti i contenuti, attorno a cui la fede ruota, sono unicamente concretizzazioni di quella svolta che sostiene tutto, dell' "io credo in te", ossia della scoperta di Dio guardando il volto dell'uomo Gesù di Nazareth.

Tutto questo non elimina peraltro la riflessione, l'abbiamo già detto poc'anzi. Sei davvero tu? Questa accorata domanda l'ha già posta per noi, in un'ora cupa e foriera di tempesta, Giovanni il Battista, il profeta che aveva inviato i suoi stessi discepoli dal giovane rabbi di Nazareth, riconoscendolo come il più grande, come colui al quale egli avrebbe potuto prestare solo l'umile servizio di battistrada. Sei davvero tu? Il credente sperimenterà sempre l'oscura tenebra in cui lo avvolge la contraddizione dell'incredulità, incatenandolo come in una tetra prigione da cui non è possibile evadere, e anche l'indifferenza del mondo che prosegue imperterrito come se nulla fosse successo, assumendo anzi l'aria beffarda di chi non fa che schernire la sua speranza. Sei davvero tu?

Questo interrogativo ce lo dobbiamo porre non solo per onestà nei confronti del pensiero e per senso di responsabilità verso la ragione, ma anche per ossequio all'intima legge dell'amore, che desidera conosdcere sempre più e meglio colui al quale ha detto il suo "sì", per essere in grado di amarlo più intensamente. Sei davvero tu? Tutte le riflessioni di questo libro (ndr.: consigliatissimo) sono, in definitiva, incentrate su questo interrogativo, continuando così a ruotare attorno alla formulazione fondamentale della nostra professione di fede: Io credo in te, Gesù di Nazareth, quale senso (lògos) del mondo e della mia vita.  

postato da FilippoDavoli alle ore 14:26 | link | commenti
categorie: libri, fede, cristianesimo, ratzinger
venerdì, 22 agosto 2008

"Chi ama impara a morire" - Verso il futuro con Maria Zambrano

"L'argomento della speranza non attecchirebbe nell'anima se l'amore non gli preparasse il terreno, proprio con quell'abbattimento, con quell'offerta della persona che l'amore ottiene nell'istante del suo compimento. Poiché l'amore che completa la persona, agente della sua unità, la conduce alla resa; esige, in realtà, che faccia del proprio essere un'offerta, richiede quello che oggi è diventato così difficile da nominare: un sacrificio; il sacrificio unico e vero. E questo abbattimento, che avviene nel centro stesso del sacrificio, anticipa la morte. Così, colui che ama davvero, muore già in vita. Impara a morire. E' un vero apprendistato alla morte. E se la filosofia, un genere determinato di filosofia, è riuscita a fare dei suoi seguaci uomini 'maturi per la morte', è stato per l'amore che comporta, per nu amore specifico che sta alla radice dell'atteggiamento umano che fa scegliere questa filosofia, e senza il quale nessuna dialettica sarebbe mai stata convincente.

Dunque l'essere umano non cambierà mai intimamente in virtù delle idee se esse non sono la cifra del suo anelito; se non corrispondono alla situazione in cui si trova, si trasformeranno al contrario in ostacolo, in lettera morta o in semplici manie ossessive.

Nell'epoca moderna l'amore apparirà allo sguardo del mondo come amore-passione. Ma quella passione, quelle passioni quando si presentano realmente saranno, sono sempre state, gli episodi della sua grande storia seminascosta. Stadi necessari affinché l'amore possa dare il suo frutto ultimo, perché possa agire come strumento di consunzione, come fuoco che purifica e come conoscenza. Una conoscenza quasi sempre inesprimibile in maniera diretta e perciò nascosta nel pensiero più oggettivo, nelle opere d'arte in apparenza più fredde. Né è più valido l'amore che si esprime direttamente, che si esalta in una vicenda. L'azione dell'amore, il suo carattere di agente del divino nell'uomo, si riconosce soprattutto da quell'affinamento dell'essere che lo patisce e lo sopporta. E anche da uno spostamento del centro di gravità dell'uomo. Perché essere uomini significa essere stabili, significa pesare, pesare su qualcosa. L'amore provoca non la diminuzione bensì la scomparsa di quella gravità che, quando l'amore non esiste, è il sostegno della morale, la condizione di coloro che vivono moralmente, soltanto moralmente. Il centro di gravità della persona si è trasferito alla prima persona amata e, nel momento in cui la passione svanisce, resterà quel movimento, il più difficile, dello stare 'fuori di sé'.

'Vivo ormai fuori di me', diceva Santa Teresa, e non è una condizione che appartiene soltanto a lei. Vivere fuori di sé per essere oltre sé stessi. Vivere disposti al volo, pronti a qualunque partenza. E' il futuro inimmaginabile, l'irraggiungibile promessa di vita vera che l'amore insinua in chi lo sente. Il futuro che ispira, che consola del presente facendo perdere la fiducia in esso: che raccoglierà tutti i sogni e le speranze, da cui scaturisce la creazione, il non previsto.

E' la libertà senza alcuna arbitrarietà. Ciò che attrae il divenire della storia, che corre alla sua ricerca. Quello che non conosciamo e ci invita a conoscere. Quel fuoco senza fine che soffia nel segreto di ogni vita. Ciò che unifica con il volo che trascende vita e morte, semplici momenti di un amore che rinasce sempre da sé stesso. Quanto dell'abisso del divino è più nascosto; l'inaccessibile che discende in ogni istante."

da Maria Zambrano, L'uomo e il divino, Edizioni Lavoro, 2001 

postato da FilippoDavoli alle ore 17:25 | link | commenti (2)
categorie: amore, libri, filosofia, zambrano
lunedì, 18 agosto 2008

Maria splendore della Chiesa

Il prossimo 22 agosto è la festa di Maria Regina, la cui festa venne istituita nel 1955 da Pio XII, a completamento della soloennità dell'Assunzione. Pubblico oggi un brano di Emiliano J. Hernandez dal suo "Maria, madre del redentore":

Scoprendo il carattere ecclesdiale di Maria, scopriamo il carattere mariano della Chiesa. Maria è membro della Chiesa, quale prima redenta, prima cristiana, sorella nostra e, al tempo stesso, madre e modello esemplare di ogni comunità ecclesiale nella sequela del Vangelo. Maria è sorella e madre nostra. Maria non può essere vista separata dalla comunione dei santi. La si può chiamare "Madre della Chiesa" perché è madre di Cristo e, pertanto, di tutti i suoi membri. E, tuttavia, Maria continua ad essere "sorella nostra".
La tradizione ebraica ha interpretato il Sal 45 in chiave messianica, come incontro nuziale del Messia con la comunità di Israele. La lettera agli ebrei l'ha applicato a Cristo per esaltare la sua supremazia sugli angeli, i "compagni" del salmo, e per celebrare la sua opera salvifica nella sua morte e risurrezione. Il salmo acquista così una dimensione nuova, diventando il ritratto anticipato di Cristo re glorificato, salvatore e guida dei credenti. I Padri, poi, continueranno questo processo interpretativo applicando tutto il salmo a Cristo e alla chiesa, illuminando il salmo con gli altri testi del Nuovo Testamento che presentano questo simbolismo nuziale: "Questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa" (Ef 5,32), "avendovi promessi a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo (2Cor 11, 2).
E dopo questa interpretazione fu facile passare all'interpretazione mariana, poiché la bellezza e lo splendore della Chiesa brillano con i tratti del salmo di Maria. E' lei la sposa e la regina per eccellenza. "Alla tua destra (di Cristo) la regina in ori di Ofir... Al re piacerà la tua bellezza. Egli è il tuo Signore... La figlia del re è tutta splendore... E' presentata al re in preziosi ricami; con lei le vergini compagne a te sono condotte; guidate in gioia ed esultanza entrano insieme nel palazzo del re" .
(...)
Come suggerisce la Lumen Gentium, "Infine l'Immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo, e dal Signore esaltata quale regina dell'universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo, Signore dei dominanti (Ap 19,16) e vincitore del peccato e della morte" (LG 59).
(...)
La festa dell'Assunzione di Maria celebra il pieno compimento del Mistero Pasquale di Cristo nella Vergine madre, che per disegno di Dio fu, durante tutta la sua vita, unita al mistero di Cristo. Associata all'incarnazione, alla passione e morte di Cristo, si unì a Lui nella resurrezione e glorificazione. La seconda lettura (1Cor 15,20-26) della celebrazione pone l'Assunzione di Maria col mistero di Cristo risorto e glorioso, come anticipo della nostra glorificazione:
è in verità giusto renderti grazie, Padre santo, perché oggi è stata assunta in Cielo la Vergine madre di Dio, la quale è figura e primizia della Chiesa che un giorno sarà glorificata; è consolazione e speranza del tuo popolo ancora pellegrino sulla terra.  

postato da FilippoDavoli alle ore 10:43 | link | commenti (18)
categorie: fede, magistero, salmi, maria, cristianesimo
venerdì, 18 gennaio 2008

Da dove parte il grande equivoco

Una pagina folgorante di Enrico Maria Radaelli, dal suo Ingresso alla bellezza (2007), il quale - dopo l'elencazione dei vari stadi della koinè del linguaggio divino, secondo la sua chiave interpretativa - arriva a quanto segue:

 

(...) Quel rapporto forte, e fortemente unitario, iniziato in Grecia con Socrate, è scosso prima da Cartesio poi da tutti gli Illuministi, poi da Kant e tutto il resto: la rottura con la natura - in un'epoca, si badi, in cui peraltro non si fa che parlare di natura - causa la diaspora della conoscenza, e, a immediato riflesso, la diaspora dell'arte.
(...)
Il fatto è che, tagliato il filo unitivo della conoscenza, rotto il ponte secolare e metafisico tra uomo e natura, frantumato il vincolo tra conoscente e conosciuto per la via logico-ontologica dell'evidenza, viene per ciò stesso intimamente sbriciolato il linguaggio, poiché il linguaggio altro non esprime, appunto, che la conoscenza (imago di nous). E siamo nel Moderno.
Moderno: linguaggio di tensione avanzante e superativo di se stesso per definizione, posto che il termine avanguardia che lo connota voglia dire qualcosa: moderno è invenzione unicamente degli ultimi secoli: è il divoramento quasi 'autoiconoclasta' di sé, se si può dir così, ovvero è atto di crisi che trova la sua vita nel porre continuamente in crisi la propria stessa vita: moderno = crisi.
(...)
Pieno di risorse, immaginifico, massimamente seducente, il moderno trova nella visione critica di sé stesso la propria ratio, nella fagocitazione di sé la propria vis, e nella compiaciuta reiezione di sé da sé detta progresso la propria rutilante innovazione: "La storia dell'arte - sintetizzerebbe Tanchis - è fatta di disobbedienze", ossia la storia dell'arte è fatta non più di ciò che la fa: di obbedienze (alla natura o all'indole che la media), ma unicamente di scarti, di spaesamenti, di fughe. Beninteso, come abbiamo visto bene, lo scatto di lato è sostanziale allo splendore della novità, senza esserne però la ragione ultima, ma, per quanto imprescindibile, unicamente lo strumento: infatti, se la disobbedienza è circoscritta a strumento - ossia: scoperta di un nuovo linguaggio, di una nuova espressività e retorica, come in Caravaggio - la sentenza riceve tutta la sua giustificazione: allora la storia dell'arte è fatta (di obbedienze e) di disobbedienze"; ma se la disobbedienza si alza a fine, essa diviene, in parallelo alla volontà dubitativa assoluta posta da Cartesio, arbitraria disobbedienza di provocazione per la provocazione.
(...)
Sicché il moderno, curvo su di sé, è necessitato allo scandalo, alla efficacia, cioè, di saper risplendere sugli altri per via della massima discordanza, laddove l'antico risplendeva per via della massima concordanza. Discordanza da tutto, cioè crisi, cioè distacco dalla natura, cioè, all'estremo, alienazione; concordanza invece con il reale, cioè con la natura, cioè continuità, cioè armonia. La distanza non potrebbe essere più sostanziale.

postato da FilippoDavoli alle ore 07:56 | link | commenti
categorie: arte, storia, filosofia, ragione, illuminismo, estetica, cristianesimo
giovedì, 17 gennaio 2008

La gioia di incontrarLo

C’è un libro bellissimo di Gabriel Marcel, Il mistero dell’essere (Borla, 1987), che indaga il tema dell’esperienza e della trascendenza. Scrive Marcel: “Trascendere non significa semplicemente superare un limite” (com’è ad esempio per Sartre): bisogna “distinguere tra superamento orizzontale e superamento verticale”. Così – mi permetto – l’adorazione eucaristica non nasce tanto da un nostro dono di tempo, ma essenzialmente da un’insoddisfazione. Peraltro, l’esigenza della trascendenza va considerata “in rapporto alla vita, nella sua concretezza vissuta, piuttosto che definita nell’ambito rarefatto del pensiero puro”, perché anche il solo superamento verticale si rivela un’alienazione. Invece, non c’è niente di più concreto e trascendente del Suo Corpo eucaristico, in cui si soddisfano i due bracci direzionali della croce. La possibilità di incontrarLo significa riempire da dentro la necessità. Sinora sono stato un uomo fortunato. Mi è stato fatto il dono immenso di poter adorare il Signore nei volti e nelle storie di quelli che mi manda: ho abbracciato Cristo un’infinità di volte. Nessuna bontà da parte mia. Metto in atto un metodo infallibile: l’ascolto della vita nell’incontro con essa. La Chiesa mi ha confermato che quel mistero d’ascolto e di incontro è Lui. Per quello mi dà così gioia ascoltare e incontrare: in ogni volto, in ogni storia, mi visita Lui. Concluderebbe Arnaud Chartrain: “Nella morte ci apriremo a ciò che abbiamo vissuto sulla terra”.

Questo mio corsivo è apparso in "Emmaus", Anno XXIII, n.1, 12 gennaio 2008

postato da FilippoDavoli alle ore 03:02 | link | commenti
categorie: libri, filippo davoli, cristianesimo, emmaus
giovedì, 17 gennaio 2008

Il dialogo con gli ebrei alle radici della fede cristiana

Forse non tutti percepiscono l'importanza - ed anzi, la fondamentalità - del dialogo con gli ebrei. Inauguriamo questo spazio con alcuni passaggi fondamentali dall'intervento di Norbert Hofmann, Segretario della commissione per i rapporti religiosi con l'ebraismo, in previsione della Giornata dell'Ebraismo:

Il dialogo della Chiesa cattolica con l'ebraismo ha a che fare con l'identità cristiana stessa, poiché il cristianesimo ha radici ebree. Gesù era ebreo e legato alla tradizione ebraica. Maria di Nazaret e gli apostoli erano ebrei, segnati dalla cultura e dalla religione ebraica.
(...)
"Dal popolo ebraico sono nati gli Apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, e così quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il Vangelo di Cristo". La Sacra Scrittura è stata redatta nel contesto della tradizione ebraica ed è in tale contesto che essa può essere meglio compresa. Dio ci ha donato la sua Parola fattasi uomo nel contesto della tradizione ebraica. Nella storia della salvezza, non è un caso che Dio si sia fatto uomo nel popolo ebraico.
Dal tempo di Gesù, l'ebraismo ha conosciuto sviluppi e cambiamenti. Ma l'elemento essenziale è sempre la Torah come Parola rivelata di Dio, insieme alla sua interpretazione, al nesso tra tradizione scritta e orale, al compimento della volontà di Dio conformemente alla Scrittura, al rispetto di quei principî etici espressi nella Bibbia per una vita riuscita nel giusto rapporto con Dio. 
(...)
Dato che il cristianesimo ha radici ebree, il dialogo tra cattolici ed ebrei non deve rappresentare un'opzione. Il dialogo è fondamentale per i cristiani. Dal punto di vista teologico, noi abbiamo bisogno dell'ebraismo.
(...)
Non dobbiamo scordarci che la riconciliazione e la mutua comprensione nella auspicata amicizia tra ebrei e cristiani è opera dello Spirito Santo. In questo senso, dobbiamo essere grati a Dio, che si è rivelato innanzitutto al popolo di Israele ma che si è donato nel suo amore infinito a tutta l'umanità nella persona di Gesù Cristo. Dio è all'opera quando ebrei e cristiani riescono ad essere insieme testimoni del Suo amore per l'umanità. È questo il vero senso profondo della odierna "Giornata dell'Ebraismo".

postato da FilippoDavoli alle ore 02:51 | link | commenti
categorie: religione, storia, geografia, fede, interventi, cristianesimo, ebraismo

Chi sono

Utente: FilippoDavoli
Filippo Davoli, nato a Fermo nel 1965, vive e lavora a Macerata come educatore di minori extracomunitari. Tra i libri, "Alla luce della luce" (1996), con introduzione di Franco Loi, "Figure senza erbario" (2005) e il recentissimo "Gli incendi" (L'Arcolaio, 2008). Nel 2006, per il teatro e in memoria di Osvaldo Licini, ha contribuito alla stesura di “(e)vento di terra”, insieme a Giovanni Allevi, Neri Marcorè, Tullio Pericoli e Sandro Polci. Ha diretto fino all’ultimo numero la rivista “Ciminiera” e la collana “Biblioteca di ciminiera”, fondate insieme all’ispanista e scrittore Giovanni Cara. Tradotto in Francia a cura di Daniel Bellucci, è membro del Comitato scientifico dell’Associazione “Remo Pagnanelli”. Collabora con il settimanale "Emmaus". ___________________________________ Questa non è una testata giornalistica. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ex L.627/3/2001. Tutto il materiale qui pubblicato, laddove non diversamente specificato, è da intendersi protetto da copyright. Per tutte le altre necessità usare l'account di Splinder, più sotto linkato sotto la dicitura "contattami".

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